28 Giugno 2026

IA e psicoterapia, Mastrantonio (Iiris): Relazione umana è parte della cura

  • “Intelligenza artificiale strumento, ‘madre di ferro’ non può sostituire ‘madre di pezza'”

di Redazione Web


Roma 28 giugno 2026 – “Da qualche tempo mi imbatto sempre più spesso in pubblicità che propongono percorsi di supporto psicologico o addirittura di psicoterapia attraverso l’Intelligenza Artificiale.

Questo fenomeno suscita in me una domanda che va oltre la semplice curiosità professionale e assume quasi la forma di uno scarto interiore: è davvero possibile realizzare un intervento psicoterapeutico attraverso l’IA?”.

E’ la domanda che si pone Francesca Mastrantonio, psicologa, psicoterapeuta, sessuologa, specialista ipnosi ed Emdr, direttrice didattica Istituto Strategico-Scuola di specializzazione in psicoterapia strategica e presidente dell’Associazione Iiris-Istituto Integrato di Ricerca e Intervento Strategico.

C’è chi sostiene che sia già una realtà e chi addirittura la presenta come una pratica consolidata e validata dalla comunità scientifica – continua.

Eppure, su questo tema il dibattito è ancora aperto e non esiste, ad oggi, un consenso scientifico definitivo. “Per questo motivo ritengo importante esprimere una riflessione personale su un aspetto che, a mio avviso, rischia di sfuggire ai meno esperti.

Non è mia intenzione alimentare polemiche né assumere una posizione pregiudizialmente ostile nei confronti della tecnologia.

Al contrario, credo che negli ultimi anni gli strumenti digitali abbiano rappresentato un supporto prezioso per la psicoterapia. Molti professionisti hanno saputo integrare efficacemente la tecnologia nella pratica clinica, apprezzandone i vantaggi e superando alcuni limiti logistici e organizzativi. 

Tuttavia, parlare di psicoterapia svolta dall’Intelligenza Artificiale rappresenta un passaggio ulteriore e molto più radicale. Significa ipotizzare che un percorso terapeutico possa essere gestito da una voce artificiale opportunamente addestrata o da un avatar progettato per questo scopo. Ed è proprio questa prospettiva a suscitare in me profonde perplessità”.

Spiega la dottoressa Mastrantonio: “Per comprendere il problema è necessario soffermarsi su ciò che intendiamo quando parliamo di psicoterapia. Alcuni autori la definiscono la ‘terapia della parola’.

Lo psicoanalista Franz Alexander, nel 1946, la descrive come una ‘esperienza emozionale correttiva‘. Per lo psichiatra e psicoterapeuta Irvin Yalom, invece, il processo terapeutico si fonda su una connessione interpersonale autentica, capace di avviare un percorso di cambiamento e di cura.

Pur nelle differenze teoriche e metodologiche, queste definizioni convergono su un punto essenziale: la relazione terapeutica non è soltanto uno strumento della cura, ma è essa stessa parte della cura. 

Se da questo processo eliminiamo la presenza umana e la sostituiamo con un sistema artificiale, per quanto sofisticato e capace di formulare risposte appropriate, rischiamo di perdere ciò che vi è di più importante: l’incontro tra due persone.

Un incontro fatto di parole, sguardi, emozioni, silenzi, imperfezioni e risonanze reciproche. È proprio all’interno di questa relazione che si sviluppa il cambiamento terapeutico“.

“A questo proposito – prosegue la psicoterapeuta – mi torna alla mente un celebre esperimento dello psicologo statunitense Harry Harlow, condotto sui cuccioli di scimmia rhesus e noto con il titolo ‘La natura dell’amore.

L’obiettivo era studiare i meccanismi dell’attaccamento e dell’affettività. Harlow separò i cuccioli dalla madre poche ore dopo la nascita e li collocò in gabbie contenenti due ‘madri surrogate’.

La prima era una struttura realizzata con filo di ferro e dotata di un biberon che garantiva il nutrimento. La seconda era invece rivestita di morbido tessuto e simulava il contatto corporeo, pur non offrendo alcuna possibilità di alimentazione.

Secondo le teorie prevalenti dell’epoca, i piccoli avrebbero dovuto preferire la madre che forniva il cibo. I risultati mostrarono invece il contrario: i cuccioli trascorrevano la maggior parte del tempo aggrappati alla madre di pezza e si avvicinavano a quella di ferro soltanto per nutrirsi.

Lo studio suggerì che il bisogno di contatto e vicinanza affettiva rappresenta un elemento fondamentale nello sviluppo dei legami di attaccamento, non riducibile alla sola soddisfazione dei bisogni fisiologici.

Al di là delle questioni etiche che oggi renderebbero difficilmente riproponibile un esperimento di questo tipo, il suo significato continua a offrire spunti di riflessione.

“Ho l’impressione che, in qualche modo, stiamo tornando a credere che la ‘madre di ferro’ possa sostituire la ‘madre di pezza’, privilegiando l’efficienza della risposta rispetto all’esperienza della relazione”.

“Se la psicoterapia è cura attraverso la relazione e la connessione interpersonale – puntualizza la psicologa e presidente Iiris – appare quantomeno paradossale immaginare che un avatar possa offrire la stessa esperienza di contatto umano.

Il rischio è quello di tentare di curare la sofferenza relazionale attraverso uno strumento che riproduce proprio ciò che spesso ne costituisce l’origine: la distanza emotiva, l’assenza di prossimità e la difficoltà di costruire legami autentici.

Forse una delle fragilità più diffuse del nostro tempo è proprio la progressiva rarefazione delle relazioni umane significative.

“Se questo è il problema – conclude la dottoressa Mastrantoniodovremmo chiederci se la soluzione consista davvero nel sostituire l’incontro umano con la sua simulazione, oppure nel trovare nuovi modi per preservarne e valorizzarne l’autenticità“.

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