Dell’impatto dell’intelligenza artificiale (e di quella generativa in modo particolare) sul mondo delle professioni si è parlato e scritto già moltissimo negli ultimi dodici mesi ma il tema è tutt’altro che superato
di Redazione (da Newsletter Management)
Roma (Rm) – Dell’impatto dell’intelligenza artificiale (e di quella generativa in modo particolare) sul mondo delle professioni si è parlato e scritto già moltissimo negli ultimi dodici mesi ma il tema è tutt’altro che superato. Anzi. Ed è quindi interessante fare luce sulla percezione che i lavoratori italiani hanno di questa tecnologia cosiddetta “trasformativa”. Prova a farlo Gianni Rusconi attraverso uno studio pubblicato lo scorso settembre da Boston Consulting Group, frutto d un sondaggio condotto su 150mila addetti tra i 20 e i 40 anni in 188 Paesi, Italia compresa.
Il rapporto, nello specifico, ha analizzato l’evoluzione delle preferenze lavorative di soggetti in una fase iniziale o intermedia della propria carriera e ha cercato di rispondere alle domande più frequenti che agitano i pensieri dei manager, dal livello di reale utilizzo di questi strumenti agli effetti aspettati dalla loro implementazione a supporto delle attività quotidiane fino al modo in cui influenzeranno le priorità dei talenti in cerca di nuove opportunità professionali.

Ebbene, la maggior parte degli addetti ha confermato di non temere di essere sostituiti dall’intelligenza artificiale: il 25% dei rispondenti su scala globale e il 26% in Italia, più precisamente, ritiene che l’AI non influirà sul proprio lavoro mentre solo il 5% e il 7%, rispettivamente, è dell’idea che diventerà obsoleto. Il 49% del campione globale, invece, prevede che alcuni aspetti delle loro professioni cambieranno, richiedendo lo sviluppo di nuove competenze.
Se guardiamo all’utilizzo regolare di strumenti come ChatGPT e simili, in Italia solo il 21% degli intervistati dichiara di aver già adottato in modo strutturato queste tecnologie. Il 40% dei lavoratori della Penisola, e questo è forse il dato più eclatante dello studio relativamente al nostro Paese, non ha ancora sperimentato in alcun modo le funzionalità dell’AI, anche se il 63% si dice disposto a intraprendere percorsi di re-skilling per apprendere nuove competenze e rimanere competitivo. La sintesi della ricerca in questo articolo.

Più umanisti per guidare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale
Posto che la rivoluzione operata dall’intelligenza artificiale è in atto, cavalcarla senza farsene dominare è un grande obiettivo che potrebbe mettere d’accordo tutti. Ovviamente ci sono approcci i più disparati ma, fin dal primo vagito della nuova Ai generativa, la necessità di un surplus di pensiero critico, di competenze umane come etica, autonomia decisionale, consapevolezza, comprensione dei dati, sono emerse come irrinunciabili, se non vogliamo che “l’umano” prima o poi passi in secondo piano dietro all’algoritmo tiranno della macchina.
Quindi, proprio per le sfide poste dalla trasformazione digitale, allo stesso modo sono cruciali le competenze umanistiche. A scriverlo nero su bianco è Fabio Costantini, amministratore delegato di Randstad HR Solutions, in un contributo pubblicato sul sito del Sole 24 Ore. “L’intelligenza artificiale sta rapidamente trasformando il modo in cui lavoriamo, viviamo e prendiamo decisioni. Ma mentre automatizza e semplifica i compiti operativi, paradossalmente, rischia di ridurre la capacità dell’uomo di sviluppare competenze critiche e creative“, chiarisce il manager.

Allora, proprio nell’epoca in cui sono in rapida ascesa intelligenza artificiale, machine learning e automazione, acquisiscono nuovo valore le scienze umane, tradizionalmente considerate distanti dalle discipline tecnologiche. “Le humanities sono necessarie per rafforzare le soft skills, fondamentali per motivare le persone, valutare manager, creare task e affidare responsabilità in un futuro del lavoro dominato dall’AI“, argomenta Costantini, che segnala a tal proposito la nascita della Fondazione Randstad AI & Humanities, promossa da Randstad proprio con l’obiettivo di esplorare l’intersezione tra scienze umanistiche e nuove tecnologie, promuovendo una comprensione profonda dell’impatto dell’AI attraverso programmi interdisciplinari di ricerca, formazione e dibattito e stimolando il necessario dialogo tra mondo accademico, imprenditoriale e istituzionale.
Segnaliamo come di consueto anche altri articoli a tema lavoro. Eccoli di seguito:
- Gli amministratori delegati italiani i più ottimisti sulla crescita globali. La 28esima ceo survey di Pwc fa emergere una fiducia crescente dei manager del nostro Paese: quasi uno su due prevede anche di aumentare l’occupazione.
- Engineering, 900 nuove assunzioni anche con l’Ai. La società sperimenta le nuove tecnologie anche per lo screening dei profili e la formazione. Lo scorso anno ottenute 1.600 certificazioni.
- Così «Lidl 2 your career» nei prossimi 4 anni preparerà un migliaio di giovani. Strategia di lungo periodo e sinergie con gli ITS. Consegnati i diplomi validi sia in Italia che Germania.
- Farmacisti introvabili, tra crisi di vocazione e stipendi bassi. I laureati sono diminuiti del 20% in cinque anni e sono sempre più quelli che guardano all’industria per la carriera, gli orari e le retribuzioni, nonostante lo sviluppo della farmacia dei servizi.

Resta lo strumento principale per presentarsi e candidarsi a un posto di lavoro: il curriculum vitae, anche dopo la diffusione dei social newtwork specializzati nel mondo del lavoro, mantiene il suo ruolo e la sua rilevanza. Per questo occorre sapere quali sono le cose essenziali da inserirvi – dalla foto, alle esperienze formative fino al layout grafico – e quali errori sono da evitare. Ne parla Anna Marino in un video della serie Lavoro24, che riportiamo qui sotto. Giorgio Pogliotti racconta, invece, come funziona la piattaforma a disposizione dei disoccupati per la ricerca di lavoro, mentre Marco lo Conte traccia un quadro delle professionalità richieste nel 2025 dalle imprese.




