- Sembrava oramai immortale a chi lo vedeva, dopo un covid particolarmente virulento, ad oltre 85 anni, riprendere a correre, almeno 10 chilometri al giorno, e gareggiare
- “ non nascerà nessuno con un “corazon tan de veras”, “un cuore così vero”.
di Pier Luigi Starace
Velletri 28 marzo 2026 – Prima di cadere su quegli ultimi metri dell’ultimo allenamento prima della porta di casa, aveva sofferto sul nostro corso veliterno come Fidippide alle porte d’Atene dopo la partenza da Maratona, come Dorando Pietri nello stadio di Windsor verso l’irraggiungibile traguardo olimpico.
Cadeva da atleta, come da atleta era sempre vissuto. Che era orgoglioso di non essersi mai ritirato, nell’arco delle molte centinaia di corse.
Aveva cominciato in quella zona, magari allargandosi verso San Salvatore, Santa Lucia, Santa Maria , tra passaggi appena accennati fra le macerie dei bombardamenti, quel dodicenne dal ciuffo ribelle e l’aria seria, a sfidare coetanei o anche maggiori di lui alla corsa, alternativa a battaglie a botte o selciate; ed a vincere.

Dal ’47 almeno al ’54 quel ragazzo era il più veloce di Velletri sullo scatto. Perfino Giovanni Scavo verificò questo primato, quando, in una sfida dopo una seduta d’allenamento a due, arrivò dopo il suo improvvisato “trainer”.
“Manlio ha corso sempre contro Manlio” era la sua divisa. Altrimenti detto: voleva volare alto, sopra le rivalità, le ripicche, le invidie, vivere il “non è importante vincere, ma partecipare” Questo conviveva con una sovrumana capacità di soffrire, della quale l’esempio per me più importante è stato, per la ricostruzione dopo il terremoto nel Friuli, fare 4 maratone in quattro giorni consecutivi.
( Manlio prediligeva le manifestazioni che avessero uno scopo trascendente l’agonismo in sé e per sé, come “Corri per il verde”, “la corsa di Miguel”, e fu fra i precursori dello sport paralimpico. )
Manlio era l’atleta ideale per qualunque società in cui corresse; io ne feci esperienza diretta nella “CSI Giovanni Scavo”, perché aveva trasferito l’orgoglio di correre per sé in quello di correre per la propria squadra.
Tra lui “il grande Manlio” e noi atleticamente più o meno inferiori si formava una reciprocità commovente: noi gli eravamo grati per l’esempio che ci regalava, lui ci era grato della nostra ammirazione. Un tratto raro della sua nobiltà naturale era il non far mai minimamente pesare la sua superiorità atletica – e qualunque altra superiorità.
Ovvio che, con questo carattere, Manlio fosse il “coach” ideale, spesso “il miglior amico” degli atleti.
Ripercorrere gli almeno 35.000 chilometri di corsa di Manlio richiederebbe un saggio. Sintetizzando al massimo dirò che, dopo aver confermato la sua fama strappata fra le rovine di Velletri con records veliterni sui 100 e 200, ha allungato sempre più le distanze, approdando alla maratona, ma in età oramai relativamente avanzata.
Nonostante ciò il suo record su quella distanza, 2 ore e 40’, eguaglia quello di Dorando Pietri: e sarei felice di spulciare i suoi quaderni in cui registrava le sue prestazioni per estrarre delle gemme tra quelli sui 10.000, 15 km., record dell’ora, mezza maratona, Roma-Ostia…e mi fermo per motivi di spazio.
Vivemmo insieme tutti i momenti migliori e peggiori delle nostre vite.
Voglio chiedere aiuto a Federico Garcia Lorca per applicare a Manlio le sue parole dedicate al torero caduto Ignacio Sanchez Mejias : “ non nascerà nessuno con un “corazon tan de veras”, “un cuore così vero”.




