13 Ottobre 2026

Quando la cronaca bussa alla porta… Riflessioni tra coetanei

  • Per i ragazzi delle scuole superiori di Velletri, abituati ad accedere alle notizie attraverso il filtro dei social, la tragedia che ha colpito il giovane Edoardo Petrella non è stata “una storia tra le tante”

di Paola Favale


Velletri 12 ottobre 2026 – Questa volta il dolore non è arrivato da un paese che rimane lontano e confinato da noi, ma dal passaparola tra amici comuni, dalle chat di classe, dagli sguardi incrociati nei corridoi di scuola.

Ha assunto i contorni familiari di una piazza, di una palestra, di una comunità a cui tutti loro sentono profondamente di appartenere.

“La differenza l’ha fatta sapere che stavolta è successo a una persona della nostra comunità“, confida uno dei ragazzi del liceo. È proprio in questa frase che si coglie lo stato emotivo vissuto dai giovani veliterni. Quando il dramma tocca un coetaneo dello stesso territorio, crolla la barriera protettiva del “succede sempre altrove”.

Le reazioni tra i banchi di scuola sono state avvertite forti e dirompenti, specchio di una sofferenza difficile da elaborare: da un lato un forte senso di disagio e disorientamento, dall’altro “la paura, quella vera, che mi ha spinto a voler allontanare la notizia, a chiudere gli occhi per proteggermi dal pensiero che uno di noi possa sentirsi così solo e addolorato da pensare che è meglio fuggire dalla vita che sta vivendo”.

La discussione e il bisogno di confrontarsi su quanto accaduto ha invaso anche, con altrettanta forza luoghi in cui i ragazzi gravitano tutti i giorni. Campi di calcio, palestre e spogliatoi si sono trasformati, in questi giorni, in inaspettati spazi di ascolto e sfogo.

Il disagio più grande, confessa una studentessa, deriva proprio dal pensiero “che un ragazzo abbia potuto credere che la sua fatica di vivere in questo mondo sarebbe finita solo attraverso quel gesto estremo, perché sentiva che la solitudine che aveva intorno era così forte e schiacciante da non poter fare altro”

Un altro coetaneo dice: “sapere che le persone più fragili rischiano di essere svalutate ed emarginate dalla collettività invece di essere integrate e valorizzate per le loro peculiarità mi suscita tanta rabbia”.

C’è un elemento che, alla fine, tutti i ragazzi sottolineano con forza: la differenza, oggi più che mai, la fa la famiglia.

In un’età in cui il peso del giudizio sociale e la pressione delle aspettative sono presenze costanti, la casa dovrebbe essere il luogo dove essere aiutati a crescere con radici profonde, le uniche capaci di dare la forza necessaria per affrontare il mondo esterno.

I ragazzi raccontano il bisogno di sentirsi accolti, confortati e sostenuti dalle proprie famiglie, perché spaventati dal non saper “fare”, dal non saper “andare” in questo mondo che fa paura e paralizza.

Eppure, emerge un paradosso doloroso. Molti ragazzi affermano di non riuscire a confidarsi con i propri genitori. Non per mancanza di affetto, ma per una forma di protezione di riflesso: vedono i padri e le madri stanchi, schiacciati dai ritmi di lavoro, preoccupati dalle beghe quotidiane o dalle difficoltà economiche.

“Non vogliamo appesantirli”, dicono. Molti altri confessano; sottovoce, la difficoltà di spiegare a genitori e insegnanti la natura delle proprie ansie. C’è il timore di essere liquidati con un “sei solo esagerato“, “quando andavo a scuola io c’erano gli stessi problemi e me la sono cavata lo stesso” o ancora “dovete pensare solo a studiare”.

Così, per non aggiungere altro carico a famiglie già affaticate, i giovani si chiudono. Il silenzio diventa una corazza che nasconde insicurezza e il timore di sentirsi, a loro volta, giudicati o non compresi.

I ragazzi di Velletri non si nascondono dietro a un dito: ammettono che oggi le motivazioni emotive per crollare sono tante ma uno dei giovani intervistati si sente di azzardare una prospettiva nuova, un invito a non arrendersi al buio:

“A volte si può trovare un grande mondo dietro le piccole cose, e non c’è bisogno di avere pensieri così negativi. Una vita migliore si può trovare semplicemente cambiando la prospettiva con la quale si vedono e si vivono le esperienze“.

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