19 Ottobre 2026

L’analista geopolitico e scrittore Yari Lepre Marrani spiega il confronto tra USA, Iran ed economia cinese

  • Cina, Iran e Stati Uniti: il petrolio come arma geopolitica e i limiti della pressione economica americana

di Yari Lepre Marrani


Cinque domande e cinque risposte sulla guerra economica contro Teheran, gli interessi strategici di Pechino e la competizione per l’ordine internazionale

L’intervista prende le mosse dagli sviluppi più recenti del conflitto tra Stati Uniti e Iran, con particolare attenzione al blocco delle esportazioni petrolifere iraniane, all’inasprimento delle sanzioni americane e al confronto tra Donald Trump e Xi Jinping.

Il punto centrale è il ruolo della Cina, principale acquirente del petrolio iraniano.

Roma 19 ottobre 2026 – Il blocco economico americano contro l’Iran rappresenta una nuova fase della guerra? E quali sono le sue conseguenze immediate per Teheran e per Pechino?

Sì. Il passaggio dalle sanzioni finanziarie e commerciali a una strategia che mira a impedire materialmente le esportazioni petrolifere iraniane segna un cambiamento qualitativo nella conduzione del conflitto.

L’obiettivo americano non è soltanto ridurre le entrate dell’Iran, ma intervenire direttamente sui meccanismi che consentono allo Stato iraniano di finanziare la propria economia, sostenere le proprie strutture militari e mantenere la capacità di resistenza al confronto con Washington e i suoi alleati.

Il petrolio costituisce il punto di vulnerabilità più evidente. Limitare le esportazioni significa ridurre l’afflusso di valuta estera, aumentare la pressione sul cambio, complicare il finanziamento delle importazioni e accrescere i costi economici e sociali della guerra.

Gli sviluppi di agosto hanno mostrato che questa strategia può produrre effetti concreti. Secondo Reuters, le esportazioni iraniane hanno subito una contrazione e le raffinerie indipendenti cinesi, note come teapots, hanno cominciato a valutare forniture alternative.

Il blocco, dunque, non esercita pressione esclusivamente su Teheran: altera anche le condizioni di approvvigionamento di una parte del sistema petrolifero cinese.

Tuttavia, occorre distinguere tra la capacità americana di ridurre le esportazioni iraniane e la capacità di ottenere la capitolazione politica dell’Iran. La prima è una questione di interdizione commerciale, controllo finanziario e pressione logistica.

La seconda dipende anche dalla coesione interna iraniana, dalla capacità di adattamento dell’economia e dalla disponibilità della leadership a sostenere costi elevati pur di non cedere sulle questioni considerate vitali.

Le conseguenze per la Cina sono altrettanto importanti. Pechino deve confrontarsi con una scelta strategica: accettare che Washington condizioni l’accesso alle risorse energetiche iraniane oppure continuare a sostenere, almeno economicamente e diplomaticamente, un partner che contribuisce alla diversificazione delle sue relazioni internazionali.

La questione, quindi, va oltre il petrolio. Riguarda la possibilità per gli Stati Uniti di estendere la propria capacità coercitiva a un’economia rivale attraverso il controllo delle transazioni, dei trasporti marittimi e dell’accesso al sistema finanziario internazionale.

La tesi centrale è che Washington stia cercando di trasformare la superiorità finanziaria e marittima americana in uno strumento di pressione strategica. Il problema è che, per rendere questa pressione davvero decisiva, potrebbe essere costretta a colpire anche interessi economici cinesi.

La Cina acquista oltre l’80% del petrolio iraniano esportato via mare. Quanto pesa realmente questo rapporto e perché rappresenta un elemento cruciale della guerra economica?

Il dato è fondamentale, ma deve essere interpretato con precisione.

Secondo le stime di Kpler riportate da Reuters nell’agosto 2026, la Cina acquistava oltre l’80% del petrolio iraniano trasportato via mare. Nel 2025, gli acquisti cinesi di greggio iraniano erano stati pari, in media, a circa 1,4 milioni di barili al giorno. La Commissione statunitense per la revisione economica e della sicurezza USA-Cina ha inoltre stimato che tali acquisti avessero generato circa 31,2 miliardi di dollari di entrate per l’Iran nel 2025

Queste cifre evidenziano una relazione strutturale: l’Iran dipende dalla Cina per una parte decisiva della propria capacità di monetizzare le risorse petrolifere, mentre Pechino beneficia dell’accesso a una fonte di approvvigionamento generalmente venduta a condizioni favorevoli.

Per Teheran, il mercato cinese costituisce una valvola di sfogo rispetto all’isolamento occidentale.

Per Pechino, il greggio iraniano contribuisce alla diversificazione delle forniture e offre opportunità commerciali alle raffinerie disposte ad assumersi i rischi associati alle sanzioni.

La relazione, però, non implica una dipendenza simmetrica.

L’Iran ha bisogno di vendere il proprio petrolio per ottenere entrate esterne. La Cina, pur essendo il principale acquirente, può rivolgersi anche ad altri produttori.

Il suo potere contrattuale è quindi superiore a quello iraniano: se il rischio delle transazioni aumenta, Pechino può ridurre gli acquisti, chiedere sconti maggiori oppure sostituire parte delle forniture.

Questa asimmetria limita la capacità iraniana di utilizzare il petrolio come leva nei confronti della Cina.

D’altra parte, il fatto che Pechino assorba una quota così elevata delle esportazioni iraniane rende la sua condotta decisiva per il successo o il fallimento della strategia americana.

Se la Cina continua ad acquistare greggio iraniano attraverso canali commerciali ancora operativi, l’efficacia delle sanzioni diminuisce.

Se invece riduce significativamente gli acquisti per evitare conseguenze finanziarie o diplomatiche, la pressione americana su Teheran aumenta.

Il punto più importante è che la Cina non deve necessariamente salvare l’economia iraniana: le basta, in determinate condizioni, contribuire a impedirne il completo isolamento.

Tuttavia, questo sostegno non è gratuito e non equivale a un’alleanza incondizionata. Pechino può beneficiare della relazione senza assumersi l’obbligo di garantire all’Iran un mercato permanente, un prezzo stabile o una protezione militare.

La guerra economica mette quindi in luce un paradosso: la Cina è contemporaneamente il principale sostegno commerciale dell’Iran e un acquirente con un potere negoziale considerevole nei confronti di Teheran.

Trump ha definito inaccettabile il sostegno cinese all’Iran. Qual è il significato geopolitico di questa dichiarazione? Washington vuole isolare Teheran oppure costringere Pechino a scegliere tra l’Iran e gli Stati Uniti?

La dichiarazione americana va interpretata su due livelli: quello del conflitto regionale e quello della competizione strategica tra le due maggiori potenze mondiali.

Sul primo livello, Washington vuole ridurre la capacità dell’Iran di sostenere lo sforzo bellico e limitare le sue possibilità di resistere alle condizioni americane. Il sostegno economico cinese rappresenta un ostacolo perché può attenuare gli effetti delle sanzioni e mantenere aperti canali di approvvigionamento e finanziamento.

Sul secondo livello, gli Stati Uniti stanno mettendo alla prova la disponibilità della Cina a sostenere un partner sottoposto a una pressione militare ed economica americana.

La dichiarazione di Trump del 25 settembre, accompagnata dalle rassicurazioni che Washington afferma di aver ricevuto da Pechino, mostra che il problema non riguarda soltanto il commercio petrolifero.

Le accuse americane comprendono anche presunte forniture militari e forme di assistenza indiretta all’Iran, mentre le fonti iraniane citate da Reuters hanno sostenuto che la Cina intendesse mantenere i propri rapporti con Teheran.

Queste posizioni devono essere considerate dichiarazioni delle parti, non prove indipendenti di ogni singola forma di assistenza contestata.

La strategia americana può essere interpretata come un tentativo di aumentare il costo della cooperazione cino-iraniana.

Washington dispone di strumenti che vanno oltre le sanzioni contro il destinatario finale: può prendere di mira le imprese che acquistano il petrolio iraniano, gli intermediari commerciali, gli operatori marittimi e gli istituti finanziari coinvolti nelle transazioni.

In questo modo, il rischio per la Cina non si limita alla perdita di greggio iraniano, ma può estendersi all’accesso ai mercati e alle infrastrutture finanziarie internazionali.

Il problema per Washington è che un’applicazione indiscriminata di questi strumenti contro le imprese cinesi potrebbe produrre costi economici e diplomatici considerevoli anche per gli Stati Uniti.

Pechino, dal canto suo, non ha interesse a trasformare necessariamente la relazione con l’Iran in un confronto militare diretto con Washington.

Il suo obiettivo strategico può essere più limitato: impedire che gli Stati Uniti stabiliscano un potere di veto generalizzato sulle relazioni commerciali e diplomatiche cinesi.

Qui emerge la differenza tra sostenere un partner e assumersi la responsabilità della sua sopravvivenza strategica.

La Cina può difendere il principio secondo cui le sanzioni unilaterali americane non dovrebbero determinare automaticamente le scelte commerciali di altri Stati, senza per questo impegnarsi a fornire all’Iran tutte le risorse necessarie per resistere alla guerra.

La dichiarazione di Trump è dunque anche un messaggio rivolto a Xi Jinping: Washington vuole verificare fino a che punto Pechino sia disposta a difendere i propri interessi in Iran quando questi entrano in conflitto con le priorità americane.

L’obiettivo non è necessariamente costringere la Cina ad abbandonare ogni rapporto con Teheran, ma renderne la prosecuzione abbastanza costosa da limitarne l’utilità strategica.

Perché Pechino dovrebbe continuare a sostenere economicamente l’Iran se rischia di compromettere i propri rapporti con gli Stati Uniti? E fino a che punto la Cina è realmente disposta a esporsi

Per rispondere bisogna distinguere tre interessi cinesi: la sicurezza energetica, la proiezione geopolitica e la gestione della competizione con gli Stati Uniti.

Il primo interesse è materiale. La Cina è il principale importatore mondiale di petrolio e ha interesse a mantenere diversificate le proprie fonti di approvvigionamento. Il greggio iraniano rappresenta una componente di questa strategia, anche se non è insostituibile.

Il secondo interesse è geopolitico. Un Iran economicamente isolato e strategicamente subordinato a Washington ridurrebbe lo spazio d’azione cinese in Medio Oriente. Al contrario, la sopravvivenza di relazioni economiche e diplomatiche con Teheran consente a Pechino di preservare un canale di influenza regionale.

Il terzo interesse riguarda la competizione sistemica. Se gli Stati Uniti riuscissero a imporre a tutte le imprese cinesi la rinuncia a qualsiasi rapporto economico con l’Iran, dimostrerebbero che il potere sanzionatorio americano può condizionare direttamente le scelte internazionali di Pechino.

La Cina ha quindi ragioni per opporsi all’isolamento economico iraniano. Questo, tuttavia, non significa che sia disposta a pagare qualsiasi prezzo.

Un’analisi della Commissione statunitense per la revisione economica e della sicurezza USA-Cina, pubblicata nel marzo 2026, sottolinea che Pechino ha evitato di assumere impegni formali di difesa nei confronti dell’Iran e che è improbabile che vada molto oltre il sostegno diplomatico e alcune forniture di beni, anche a duplice uso, senza un cambiamento significativo delle condizioni strategiche.

Questa distinzione è essenziale.

La Cina può essere interessata alla continuità dello Stato iraniano, alla conservazione dei rapporti commerciali e alla possibilità di impedire un monopolio americano sull’ordine regionale.

Ma non ha necessariamente interesse a entrare direttamente in guerra per difendere la leadership iraniana.

Pechino deve infatti considerare anche i rapporti con gli altri Paesi del Golfo, la stabilità delle rotte marittime e la propria esposizione commerciale internazionale.

Un conflitto prolungato che comprometta la circolazione del petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz può danneggiare la stessa economia cinese.

La Cina, inoltre, ha investito nella diversificazione delle forniture e nell’accumulo di riserve energetiche, strumenti che le permettono di assorbire almeno temporaneamente interruzioni delle importazioni.

Questo riduce la necessità di difendere ogni singola fonte di approvvigionamento a qualsiasi costo.

Ne deriva una strategia potenzialmente selettiva: difendere i propri interessi commerciali, contestare diplomaticamente le sanzioni unilaterali, mantenere canali economici dove possibile ed evitare, contemporaneamente, un confronto militare diretto con gli Stati Uniti.

Non si tratta necessariamente di ambiguità o incoerenza. È una forma di gestione del rischio coerente con una potenza che vuole ampliare la propria influenza senza trasformare ogni crisi regionale in uno scontro diretto con Washington.

La Cina può desiderare un Iran abbastanza forte da non essere subordinato agli Stati Uniti, ma non necessariamente un Iran tanto conflittuale da trascinare la regione in una guerra che danneggi gli interessi cinesi.

Quali scenari si aprono per il conflitto? Il blocco petrolifero americano può piegare l’Iran oppure rischia di accelerare la formazione di un sistema internazionale alternativo a quello dominato dagli Stati Uniti?

I possibili sviluppi possono essere ricondotti a tre scenari principali, che non sono necessariamente incompatibili e potrebbero succedersi nel tempo.

Primo scenario: l’efficacia crescente della pressione americana

Se Washington riuscisse a ridurre drasticamente le esportazioni iraniane e a dissuadere una parte significativa degli acquirenti cinesi, Teheran subirebbe una contrazione delle entrate esterne.

L’aumento dei costi di trasporto, la difficoltà di incassare i pagamenti e il rischio di sanzioni secondarie potrebbero ridurre ulteriormente la convenienza degli acquisti.

In questo scenario, la Cina non dovrebbe necessariamente interrompere ogni rapporto con l’Iran. Sarebbe sufficiente che gli operatori più esposti riducessero le transazioni e che le alternative commerciali diventassero più convenienti rispetto al rischio di ritorsioni americane.

L’esito politico, tuttavia, rimarrebbe incerto. Una contrazione economica potrebbe spingere Teheran verso un compromesso, ma potrebbe anche rafforzare la convinzione della leadership iraniana che le concessioni agli Stati Uniti non garantiscano la sicurezza del regime.

La pressione economica, pertanto, può aumentare il costo della resistenza senza assicurare automaticamente una soluzione politica favorevole a Washington.

Secondo scenario: la resistenza iraniana sostenuta da una cooperazione cinese selettiva.

In questo scenario, Pechino continuerebbe a opporsi politicamente alle sanzioni unilaterali e a preservare una parte dei propri rapporti economici con Teheran, senza impegnarsi a compensare integralmente le perdite iraniane.

Le transazioni potrebbero diventare più costose e difficili, mentre le raffinerie cinesi potrebbero diversificare gli acquisti e ridurre la loro esposizione ai rischi legali e finanziari.

Per Washington, questo rappresenterebbe un risultato incompleto: le esportazioni iraniane potrebbero diminuire, ma non necessariamente scomparire.

Per Pechino, sarebbe invece una soluzione relativamente conveniente, perché permetterebbe di difendere il principio della propria autonomia strategica senza assumersi l’onere di garantire la sopravvivenza economica dell’Iran.

La variabile decisiva sarebbe il rapporto tra i costi delle sanzioni e il valore strategico del petrolio iraniano. Se i costi aumentassero troppo, le imprese cinesi potrebbero ritirarsi anche in presenza di una posizione ufficiale ostile alle misure americane.

Terzo scenario: un’accelerazione della frammentazione economica internazionale

Il terzo scenario è il più rilevante nel lungo periodo.

Se Washington utilizzasse sistematicamente il controllo delle transazioni finanziarie, delle assicurazioni marittime e dell’accesso ai mercati per condizionare le relazioni economiche della Cina, Pechino avrebbe un incentivo a sviluppare ulteriormente canali commerciali e finanziari meno vulnerabili alla pressione americana.

Questo processo potrebbe comprendere una maggiore diversificazione delle valute di regolamento, l’utilizzo di infrastrutture finanziarie alternative e una più stretta cooperazione con Paesi interessati a ridurre la propria esposizione alle sanzioni statunitensi.

Tali strumenti, però, non equivalgono a un sistema alternativo già capace di sostituire quello esistente.

La possibilità di effettuare pagamenti al di fuori del dollaro non elimina automaticamente i rischi legati alle banche corrispondenti, alle assicurazioni, alla logistica o all’accesso ai mercati internazionali.

L’esistenza di canali finanziari alternativi può attenuare il potere americano, ma non necessariamente annullarlo. La loro efficacia dipende dalla disponibilità degli operatori a utilizzarli e dalla capacità di sostenere costi aggiuntivi.

La crisi iraniana potrebbe dunque accelerare una tendenza già in corso: la frammentazione dell’economia globale in reti commerciali parzialmente concorrenti, con differenti livelli di esposizione al potere finanziario americano.


Dott. Yari Lepre Marrani

nota biografico-editoriale

“Il dott. Yari Lepre Marrani è scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico – giuridiche. Sull’Avanti! (organo ufficiale del PSI) cura una rubrica di carattere storico ed è analista geopolitico per il quotidiano online NG(Notizie Geopolitiche).Importante menzionare la sua collaborazione con il quadrimestrale dell’AMI(Associazione Mazziniana Italiana), Il Pensiero Mazziniano, con il quale Marrani collabora da anni con articoli o brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano. Da settembre 2023 Marrani è inserito tra i poeti contemporanei di WikiPoesia al seguente link: https://www.wikipoesia.it/wiki/Yari_Lepre_Marrani”

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