Il futuro dell’IA in Europa sarà guidato da un equilibrio tra innovazione e regolamentazione etica, almeno da questi primi passi normativi
a cura di Marco Valsecchi
Roma (Rm) – Un’intelligenza artificiale sempre più responsabile e più verde, per quanto ancora sbilanciata dal punto di vista della parità di genere. E, in ogni caso, destinata a cambiare in modo profondo il modo in cui molti di noi lavorano. A partire dai dati anonimizzati e aggregati prodotti dal miliardo di utenti che popolano la piattaforma, il rapporto ‘AI in the EU: 2024 Trends and Insights from LinkedIn’ fotografa in che modo le tecnologie legate alla AI si stanno diffondendo nel Vecchio Continente, lasciando il loro segno sull’economia e sulla forza lavoro.
In questa edizione facciamo il punto su quanto emerge dal report, traendo spunto da cifre e tendenze per chiedere a Top Voices – la giurista Claudia Morelli, il giornalista Emanuele Bompan, l’esperta di politiche di inclusione sociale Monica Cerutti e l’imprenditrice Mariella Borghi – di raccontarci il cambiamento al quale stanno assistendo nei loro ambiti professionali di riferimento.
Partiamo da una definizione: con “talento AI” identifichiamo i professionisti presenti su LinkedIn che svolgono un lavoro nell’ambito dell’intelligenza artificiale – gli ingegneri di machine learning, per esempio – o che segnalano nel proprio profilo di possedere almeno due competenze legate alla AI. Ebbene, la loro quota all’interno della forza lavoro dell’Unione europea presente sulla piattaforma è più che raddoppiata dal 2016 a oggi, mettendo a segno una crescita del 124%. Stiamo comunque parlando di una nicchia: a rispondere a questo identikit è al momento solo lo 0,41% dei lavoratori UE, un dato che comunque ci mette davanti sia allo 0,35% dei vicini del Regno Unito, sia allo 0,34% degli Stati Uniti.
Il settore tecnologico si segnala come il maggior attrattore per questo tipo di talento: arriva infatti a impiegare il 16% di quello disponibile a livello europeo. Dato, questo, che si presenta sua volta in crescita rispetto all’11% di otto anni fa. Ma anche aziende di altri comparti stanno muovendosi in questo senso: i servizi professionali sono saliti dal 9% all’11% del totale, quelli finanziari dal 5% all’8% e i servizi ai consumatori dal 3% al 4%. A perdere quote sono stati intanto Oil&Gas, estrazioni e utilities.
Se guardiamo alle assunzioni in ambito AI, i dati ci mostrano come queste abbiano continuato a crescere anno dopo anno, anche se a ritmi più elevati durante la pandemia globale e con un passo più lento a partire dalla fine del 2021. La media rimane comunque superiore del 78% rispetto a quella del 2016, in linea con quanto registrato negli Stati uniti e leggermente al di sotto di quanto accade nel Regno Unito.
Un tratto caratteristico del modo in cui l’intelligenza artificiale si sta facendo strada tra i professionisti dell’Unione europea è la particolare attenzione riservata ai temi etici. Tra i talenti AI che lavorano nell’Unione europea, la “AI responsabile” – intesa come l’approccio allo sviluppo e all’impiego dell’intelligenza artificiale secondo principi di sicurezza, affidabilità e, appunto, etica – figura in ottava posizione tra le competenze col più alto tasso di crescita, mentre se allarghiamo il discorso su scala globale questa skill scende fino alla 14ma posizione.
“C’è stata una grande sensibilizzazione da parte dell’Unione europea sui Paesi competenti“, sottolinea Claudia Morelli, docente di Comunicazione e public speaking per il giurista, ripercorrendo i vari passaggi – dalla costituzione della European AI Alliance all’entrata in vigore dell’AI Act – che negli ultimi sei anni hanno fatto sì che si creasse un contesto così ricettivo per questo tipo di competenze.
I professionisti europei dell’intelligenza artificiale stanno arricchendo il proprio bagaglio anche di competenze green: skill che consentono ai lavoratori in qualsiasi settore o ruolo di svolgere le proprie mansioni in modo più sostenibile. Oggi l’8,1% dei talenti AI nell’Unione europea possiede almeno una competenza di questo tipo, rispetto al 5,8% degli Stati Uniti e al 7,4% del Regno Unito.
“Da sempre l’intelligenza artificiale viene impiegata per trovare applicazioni a livello ambientale”, osserva il giornalista e divulgatore Emanuele Bompan, presentando alcuni degli ambiti in cui questo percorso di evoluzione tecnologica ha già iniziato a intersecare quello della transizione ecologica.
Solo il 26,3% della forza lavoro dell’Unione europea impegnata in professioni legate all’intelligenza artificiale è composto da donne: un dato inferiore sia al 27,7% del Regno Unito sia al 29,8% degli Stati Uniti. In questo senso, le donne nella AI sono sottorappresentate anche rispetto alla quota femminile della forza lavoro complessiva dell’Ue, che si attesta al 46,4%. Per quanto il gap si sia assottigliato rispetto al dato del 2016, di questo passo ci vorranno 162 anni per raggiungere la parità di genere.
“Dobbiamo parlare, a ragione, di artificial gender gap”, mette in guardia l’esperta di politiche di inclusione sociale Monica Cerutti, evidenziando come sia fondamentale aumentare il numero di donne nelle discipline STEM, ma anche valorizzare la presenza femminile in tutti quegli ambiti non prettamente tecnologici – dalla psicologia alla linguistica – che dovranno essere chiamati in causa per rendere l’intelligenza artificiale più inclusiva.Riproduci
L’intelligenza artificiale generativa è non solo quella più “popolare” dal punto di vista mediatico e dell’esperienza comune, ma anche quella che potrebbe avere l’impatto più importante sul mondo del lavoro. Il 28% dei professionisti europei presenti su LinkedIn fa lavori che potrebbero essere potenziati da questo tipo di AI, mentre il 33% potrebbe vedere il proprio lavoro cambiare in modo significativo rispetto a come appare oggi confrontato con altri lavori o diventare obsoleto per effetto di queste tecnologie.
In un senso o nell’altro, questi effetti potrebbero interessare il 75% dei lavoratori Ue del settore della tecnologia, il 74% di quelli dei servizi finanziari, il 72% di quelli dell’accoglienza e della ristorazione e il 72% di quelli dei servizi professionali.
“Si tratta di preparare milioni di persone a una transizione che tocca ogni settore e in particolare va a colpire i ‘colletti bianchi’ e le professioni cognitive”, mette in chiaro l’imprenditrice Mariella Borghi, individuando due priorità dal punto di vista del reskilling della forza lavoro: diffondere la cultura dell’intelligenza artificiale e accelerare la formazione sulle competenze complementari.




