- La vertenza Crik Crok entra nella fase più delicata. Novantadue lavoratori dello stabilimento di Pomezia restano senza certezze sul futuro, mentre la storica azienda delle patatine è impegnata in un nuovo tentativo di concordato preventivo
di Luigi Alerti
Velletri 4 febbraio 2026 – La crisi di Crik Crok non è soltanto la storia di un’azienda in difficoltà. È il sintomo di un modello produttivo che, negli ultimi anni, ha mostrato tutte le sue fragilità: dipendenza energetica, governance instabile, incapacità di innovare e di reggere la competizione globale.

I 92 lavoratori dello stabilimento di Pomezia, oggi in presidio davanti al Tribunale di Velletri, sono il volto umano di un sistema che si è inceppato molto prima dell’avvio delle procedure giudiziarie.
Crik Crok è un nome che appartiene all’immaginario collettivo italiano. Ma la forza del marchio non è bastata a compensare la debolezza della struttura industriale.
Negli ultimi anni l’azienda ha oscillato tra tentativi di rilancio, cambi di strategia e un progressivo indebolimento della capacità produttiva.
La crisi energetica ha fatto il resto, ma sarebbe un errore attribuire tutto all’aumento dei costi: ciò che è mancato è una visione industriale capace di trasformare un brand storico in un player competitivo.
Il Tribunale di Velletri è diventato il punto di snodo di una vicenda che, per i lavoratori, non è più sostenibile.
La nuova proposta di concordato preventivo, accompagnata dall’annuncio di di un investitore “solido”, non ha ancora prodotto certezze. I sindacati chiedono trasparenza, perché troppe volte in passato promesse di rilancio si sono rivelate fragili o tardive.


Il tempo della giustizia, però, non coincide con il tempo della vita quotidiana: mentre le carte scorrono tra i corridoi del tribunale, 92 famiglie restano senza reddito, senza prospettive e senza risposte.
Il caso Crik Crok mette in luce un tema più ampio: la capacità delle istituzioni di intervenire tempestivamente nei processi di crisi industriale.
Il Lazio, negli ultimi anni, ha visto diverse vertenze simili, spesso caratterizzate da ritardi, incertezze e soluzioni tampone.
La domanda è inevitabile: quale ruolo devono avere Regione e Governo quando un marchio storico rischia di scomparire e un intero territorio perde un presidio produttivo?
L’intervento pubblico non può sostituire la gestione privata, ma può creare condizioni, strumenti e percorsi che evitino il precipitare delle crisi in emergenze sociali.
Gli scenari sono ancora aperti.
Se il concordato verrà approvato e l’investitore confermato, si potrà parlare di rilancio. Ma un rilancio vero richiede investimenti, innovazione, una strategia commerciale chiara e soprattutto garanzie occupazionali.
Se invece il piano non dovesse superare il vaglio del tribunale, la liquidazione diventerebbe un rischio concreto, con conseguenze pesanti per Pomezia e per l’intero comparto.
La storia di Crik Crok è ancora aperta. Ma qualunque sarà l’esito, il caso dovrebbe diventare un monito: senza una politica industriale moderna e senza un’attenzione reale al lavoro, anche i simboli più radicati possono sgretolarsi.




