17 Aprile 2026

La battaglia di Velletri del 1744,  durante la Guerra di successione austriaca

La campagna del 1744 fu una delle maggiori imprese militari dello Stato borbonico, seconda solo alla battaglia del Garigliano. L’esito dello scontro sventò una volta per tutte le mire austriache sulle Due Sicilie

di Michele Bettini


Velletri (Rm) – Se si vuole parlare di Battaglia di Velletri, occorre mettersi a studiare e ricominciare doverosamente dal 1744. Fu una battaglia con quasi 3.000 morti, combattuta nell’ambito delle Guerre di Successione, in un’epoca in cui Piemonte ed Austria erano alleati.

Non ci soffermeremo su questo evento, pur notando che in età Risorgimentale, la battaglia di Velletri, essendo stata combattuta contro l’esercito imperiale austriaco da parte soprattutto del Regno di Napoli, sarebbe divenuta poi molto popolare. Il terzo atto de La forza del destino di Giuseppe Verdi si svolge infatti a Velletri, alla vigilia dello scontro con le truppe austriache.

In un articolo che mi precede è citato “Rosselli”. Il cognome sà troppo di fratelli Rosselli, apparsi sulla scena soltanto ottanta anni dopo e assassinati dai fascisti francesi. Forse l’autore voleva riferirsi a Pietro Roselli, generale pontificio convertito alla causa repubblicana, che ebbe molti contrasti con Garibaldi, un po’ come i contrasti che ebbero settanta anni dopo, D’Annunzio e Riccardo Zanella, sulla questione di Fiume.
L’autore dell’articolo al quale mi riferisco cita “cinquanta patrioti morti in difesa della libertà religiosa”. Avrebbe dovuto specificare: difesa del cattolicesimo o dell’anticlericalismo? Non mi risulta che ci siano state guerre di religione nel contenuto del Risorgimento.

Garibaldi, accorso a cercare di fermare la ritirata dei propri cavalieri, fu a sua volta travolto. Un dragone napoletano fu sul punto di colpirlo con una sciabolata, ma l’eroe dei due mondi fu salvato da Achille Cantoni, oppure da Andrea Aguyar, che colpì il borbonico con un fendente di sciabola. Aguyar sarebbe poi morto a Trastevere, mentre prestava soccorso ad Anita. Il personaggio sarà cancellato dal fascismo, perché di colore.
Circondati dai cavalieri nemici, Garibaldi e Aguyar furono salvati dall’intervento del battaglione della speranza, un reparto della Legione Italiana formato da adolescenti tra i 13 e i 18 anni.
Ferdinando II ordinò la ritirata dei propri reparti migliori, tra cui la cavalleria, che formavano la retroguardia, lasciando solo reparti di fanteria leggera e una piccola parte della propria artiglieria a coprire la ritirata. In particolare, i borbonici, avevano fortificato il convento dei Cappuccini e la cresta su cui si trovava l’edificio, a nord-est di Velletri. Si trattava di una posizione forte, che dominava la stretta valle nella quale erano disposte le forze romane.

Monumento a Pietro Roselli sul Gianicolo


Parteciparono allo scontro anche Luciano Manara, Carlo Pisacane, Antonio Bonelli e Galletti.
I romani, caricando tra i vigneti e i frutteti, raggiunsero la collina, catturando 75 prigionieri, tra cui 8 feriti impossibilitati a muoversi.
Garibaldi aveva agito contravvenendo agli ordini di Roselli, ponendosi arbitrariamente al comando dell’avanguardia dell’esercito. Ora però il comando tornava a Roselli, e Garibaldi avrebbe dovuto obbedirgli. Mazzini aveva favorito la nomina del Roselli, come comandante in capo, a scapito di quella di Giuseppe Garibaldi, con la motivazione che sarebbe stato meglio accetto da parte dell’esercito regolare, dalla stessa Repubblica e all’estero essendo romano, ex militare regolare pontificio e di sentimenti modera

L’esercito napoletano era sotto il diretto comando di Re Ferdinando II, che decideva di ritirarsi dopo aver saccheggiato Velletri, anche per necessità. Tuttavia quando Garibaldi il 20 maggio, all’alba, entrò a Velletri a cavallo trovò una città deserta, incontrando una popolazione diffidente.
Roselli aveva affrontato i napoletani, costringendoli alla ritirata, ma senza logorare eccessivamente le proprie forze, che sarebbero servite a difendere Roma nelle settimane successive.

Invece Garibaldi avrebbe inseguito i borbonici fino a Frosinone, forse col progetto di arrivare fino a Napoli.
Ferdinando II era intervenuto di malavoglia, dovendo risolvere la questione siciliana, lasciando la questione romana nelle mani degli austro-francesi. Pur sconfitto, non aveva subìto perdite ingenti ed il suo esercito ripiegò ordinatamente fino a Terracina e poi a Gaeta, dove Pio IX aveva trovato rifugio.
La battaglia di Velletri, pur non essendo paragonabile ad una battaglia napoleonica, né per numero di truppe coinvolte, né per la percentuale di caduti rispetto agli uomini impegnati, nello standard delle guerre risorgimentali, è da ricordare.

L’episodio contribuì ad aumentare la fama di Garibaldi, dopo le battaglie di Porta Cavalleggeri, di Ponte Milvio e di Palestrina.
Il generale Ferdinando Lanza, ferito a Palestrina, incrocerà di nuovo Garibaldi a Palermo nel 1860, cannoneggiando la popolazione. Congedato poco dopo, per limiti di età, finirà per complimentarsi col suo nemico.

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