- Un giornalista londinese e quattordici pellegrini stranieri hanno percorso la Via Francigena del Sud il 30 aprile.
- Il consigliere Mauro Leoni racconta l’evento e indica la strada per il futuro
di Redazione
Velletri 4 maggio 2026 – C’è un momento in cui il lavoro silenzioso di anni comincia a dare i suoi frutti. Per Velletri e per la Via Francigena del Sud, quel momento potrebbe essere arrivato il 30 aprile scorso, quando un gruppo di pellegrini stranieri ha attraversato la città accompagnato da un nome che nel mondo dei cammini spirituali europei conta parecchio: Ben Eley, giornalista londinese tra i più seguiti del settore.
Ad accoglierli c’erano Anna Morsa, presidente della Proloco Velitrae, Giovanna Aragozzini del Gruppo dei 12, e il consigliere comunale Mauro Leoni, da anni uno dei promotori più convinti del potenziale turistico e culturale di questo percorso sul territorio dei Castelli Romani.


Con Eley viaggiavano una decina di pellegrini dal Belgio, due canadesi e una pellegrinа inglese; un piccolo gruppo internazionale che, quasi senza volerlo, ha trasformato una giornata di cammino in un segnale difficile da ignorare.
Abbiamo raggiunto il gruppo e ascoltato il Consigliere Leoni per capire cosa è successo davvero e cosa potrebbe significare per il futuro della città di Velletri.
Consigliere Leoni, partiamo dall’inizio. Come descrive quella giornata?
«Entusiasmante, senza esitazione. Vedere arrivare un professionista del calibro di Ben Eley, con un gruppo di pellegrini provenienti da tre paesi diversi, è stata una di quelle esperienze che ti confermano che la strada intrapresa è quella giusta. Non è capitato per caso — è il risultato di un lavoro di promozione e di cura del territorio che va avanti da anni, spesso in modo poco visibile ma costante.»
Eppure, in molti in città faticano ancora a percepire la Via Francigena come una risorsa concreta. Perché la presenza di un giornalista straniero dovrebbe cambiare questa percezione?
«Perché Ben Eley non è un turista qualunque. È qualcuno che scrive di cammini spirituali per un pubblico internazionale, qualcuno le cui parole raggiungono persone in tutta Europa e oltre. Quando uno come lui sceglie di passare da Velletri, di fermarsi, di parlare con la gente — significa che Velletri sta entrando in una conversazione che fino a pochi anni fa ci vedeva del tutto assenti. Questo è il valore della sua visita: non tanto il singolo episodio, ma il fatto che rappresenta un riconoscimento. Un segnale che il lavoro svolto sul territorio sta iniziando a produrre frutti visibili.»

Un’occasione importante, dunque. Ma come si trasforma un’occasione in qualcosa di duraturo?
«Questa è la domanda che dobbiamo porci senza rimandare. Perché il rischio, con questi eventi, è di celebrarli per qualche giorno sui social e poi tornare alla routine. Invece bisogna coglierli come un punto di partenza, non di arrivo.»
Leoni sa bene di cosa parla. Da anni segue da vicino le criticità del percorso, percorrendolo di persona e raccogliendo le segnalazioni dei pellegrini. E le idee su come migliorare l’esperienza non mancano.
«Il primo nodo è quello dell’infrastruttura. La segnaletica ha fatto passi avanti, ma per un viaggiatore straniero non basta. Servono cartelli multilingue, e soprattutto QR code che rimandino a mappe digitali o a contenuti in inglese — magari con storie del territorio, curiosità storiche, informazioni pratiche.

Per chi viene da Londra o da Bruxelles e non conosce una parola di italiano, è la differenza tra sentirsi accolto e sentirsi perso. E poi c’è il tema della manutenzione: dopo ogni periodo di pioggia intensa, alcuni tratti diventano impraticabili. Servirebbe una piccola squadra di pronto intervento, pronta a intervenire sui punti critici prima che diventino un problema per chi cammina.»
Oltre ai sentieri, c’è anche il tema dell’accoglienza in città. Cosa manca ancora?
«Manca ancora una cultura diffusa dell’accoglienza al pellegrino, intesa in senso pratico. Un camminatore che arriva a Velletri dopo ore di strada ha bisogno di cose semplici: un pasto caldo a un prezzo ragionevole, la possibilità di ricaricare il telefono, di riempire la borraccia. Sembra poco, ma per chi porta tutto sulle spalle è moltissimo. Ecco perché penso che valga la pena lavorare con i commercianti locali per creare qualcosa di simile a un “Menù del Pellegrino” — un’offerta riconoscibile, accessibile, che faccia sentire il viandante benvenuto.
Sul versante digitale, poi, sarebbe utile supportare le app per il timbro delle credenziali, che oggi molti usano in alternativa a quella cartacea. Senza però rinunciare al fascino di quella tradizionale, che si ritira alla Proloco Velitrae: è uno di quei dettagli che i pellegrini ricordano con affetto.»
Lei parla spesso di “patrimonio umano” quando si riferisce ai volontari che seguono il cammino. Cosa intende esattamente?
«Intendo che la Via Francigena del Sud non è solo un tracciato su una mappa. È fatta di persone. La Proloco Velitrae, il Gruppo dei 12, l’Associazione l’Asino e le Nuvole, i volontari che accolgono i pellegrini, che rispondono alle loro domande, che a volte li accompagnano per un tratto — loro sono la colonna portante di tutto questo progetto. Senza l’accoglienza umana, il cammino resta una strada. Con il loro supporto, diventa un’esperienza di vita, qualcosa che i pellegrini raccontano quando tornano a casa.»
È per questo, spiega Leoni, che investire nella formazione di questi volontari è una priorità non meno urgente degli interventi infrastrutturali.
«Non si tratta solo di migliorare l’inglese, anche se quello aiuta. Si tratta di dotarli di strumenti di storytelling — la capacità di trasmettere l’identità storica di Velletri, di far capire a un pellegrino belga o canadese perché questa città è diversa dalle altre che ha attraversato. E perché no, coinvolgere anche le scuole in questo progetto: i ragazzi potrebbero diventare ciceroni nei weekend di alta affluenza, con beneficio per tutti.»
C’è anche una dimensione economica che spesso viene sottovalutata nel dibattito sul cammino.
«Assolutamente sì, e mi fa piacere che lei lo sottolinei. Il pellegrino non è solo un appassionato spirituale — è anche un turista con una capacità di spesa, e soprattutto con una curiosità autentica verso i luoghi che attraversa. Se riusciamo a costruire pacchetti esperienziali che colleghino il cammino alle eccellenze locali — il vino di Velletri, il carciofo alla matticella, le cantine, i produttori artigiani — possiamo trasformare un semplice passaggio in una sosta. Una notte in più, magari due. E questo si traduce in ricadute concrete per l’economia locale.»
Ma c’è un altro livello su cui bisogna lavorare, avverte il consigliere: quello della rete tra comuni. «La Via francigena del Sud nel Lazio è un percorso suggestivo che collega Roma con i confini meridionali della regione, proseguendo poi verso la Puglia per raggiungere i porti d’imbarco per la Terrasanta. Se la segnaletica è ottima da noi ma scadente nel comune vicino, il pellegrino ne risente lo stesso. Serve un dialogo stabile tra le amministrazioni lungo la tratta, per garantire continuità di standard e di qualità. Qualcosa che stiamo cercando di costruire, ma che richiede tempo e volontà politica da più parti.»
Ancora un pensiero, consigliere. A chi, in città, considera ancora la Via Francigena una questione da appassionati di nicchia.
Leoni sorride prima di rispondere, come se la domanda lo riportasse a conversazioni già fatte molte volte. «Direi solo questo: quando un giornalista da Londra sceglie di raccontare Velletri al mondo, forse è il momento di smettere di trattare questo cammino come una passione di pochi e cominciare a riconoscerlo per quello che è — una risorsa strategica per il futuro della nostra città. L’attenzione internazionale non aspetta che siamo pronti. Dobbiamo farci trovare pronti noi.»

Per chiudere, consigliere: cosa pensa dell’attuale amministrazione comunale in merito al progetto di valorizzazione della Via Francigena? Si sente supportato?
Leoni risponde senza esitazioni, e lo fa con quella misura che caratterizza chi preferisce i fatti alle dichiarazioni d’effetto. «Posso dire che mi ritengo soddisfatto, e non è una cosa che dico per abitudine. Questo progetto è nato e ha mosso i suoi passi più importanti durante i cinque anni dell’amministrazione Pocci Orlando, che ha creduto nell’iniziativa e le ha dato spazio per crescere.
Non era scontato, e va riconosciuto. Quello che mi rende ancora più fiducioso, però, è che con l’amministrazione Cascella ho trovato continuità e sintonia. Non c’è stata interruzione, non c’è stato il classico “ricominciamo da zero” che spesso accompagna i cambi di Giunta. Il lavoro fatto è stato riconosciuto e portato avanti.
Per un progetto di lungo periodo come questo, che ha bisogno di tempo e di coerenza istituzionale per dare risultati, è forse la condizione più importante di tutte.»

Una risposta che, al di là delle valutazioni politiche, dice molto sullo stato di salute di un progetto che ha bisogno, prima di tutto, di tempo e di fiducia.
E che il 30 aprile, con l’arrivo di Ben Eley e dei suoi compagni di cammino, ha ricevuto forse il riconoscimento più eloquente: quello di chi viene da lontano, cammina con i propri piedi e sceglie —tra mille possibili strade — di passare da Velletri.




