- Aperta oggi a Bologna Exposanità2026, la fiera che da oltre 40 anni è il punto di riferimento del mondo della sanità e del settore sociosanitario
- Dedicata alle nuove tecnologie come strumento indispensabile, insieme alle risorse umane, per assicurare qualità e tenuta del SSN
dall’Ufficio Stampa
Bologna 22 aprile 2026 – Il tema affrontato nel convegno inaugurale “Sfide socio-sanitarie e soluzioni tech. Nuove risposte per garantire il diritto alla cura”, ha dato il via alla prima giornata.
Tra i primi ostacoli che il nostro Servizio sanitario nazionale deve affrontare, certamente la mancanza strutturale di fondi. Con il 3,1% di deficit del Pil, sarà difficile immaginare nuovi finanziamenti. A questo ha provato a rispondere l’Assessore alle Politiche per la Salute dell’Emilia Romagna, Massimo Fabi: «Non esiste una soluzione unica“.

La prima scelta è culturale e politica: investire sulla promozione della salute e sulla prevenzione. Poi c’è il rafforzamento concreto della sanità territoriale.
“Oggi il 92% dei cittadini aderisce al Fascicolo Sanitario
Elettronico”, spiega Fabi, che oltre a essere medico reumatologo vanta una lunga esperienza manageriale come Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma.
Un altro tema centrale di Exposanità2026 è quello delle risorse umane, che tengono letteralmente in piedi il nostro Servizio Sanitario. «Abbiamo 68.500 operatori, di cui 28.000 infermieri: non sono ancora sufficienti, ma stiamo lavorando per rafforzare il sistema e valorizzare chi ci lavora.
Nei prossimi tre anni investiremo 135 milioni nel Fondo regionale per la non autosufficienza, che arriva a 600 milioni, più del fondo nazionale.”
Concorde anche Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, secondo il quale «il Servizio Sanitario Nazionale si trova oggi di fronte a tre criticità principali. La prima è appunto il finanziamento: negli ultimi anni si è
creato un divario significativo rispetto alla media europea, con circa 700 euro in meno di spesa pubblica pro capite, che si traducono in oltre 40 miliardi complessivi.
La seconda riguarda le diseguaglianze, che non sono più solo territoriali tra Nord e Sud, ma sempre più trasversali: tra aree urbane e periferiche, tra diverse condizioni socio-economiche e generazionali. Questo si riflette in un dato preoccupante: milioni di persone rinunciano alle cure.
La terza criticità è il personale. Non manca tanto il numero di medici, quanto la capacità del sistema pubblico di trattenerli, a causa di una scarsa attrattività e condizioni di lavoro difficili.

A questi problemi si aggiunge un uso inefficiente delle risorse: da un lato si registra un eccesso di prestazioni inappropriate, dall’altro una carenza grave in ambiti fondamentali come la prevenzione.
Infine, c’è il tema dell’innovazione: la tecnologia avanza rapidamente, ma il sistema fatica ad adattarsi, anche per limiti normativi, organizzativi e di competenze digitali.
“Basti pensare che meno del 50% degli italiani ha competenza digitale di base, mentre i Paesi scandinavi stanno all’80%, la media europea intorno al 60%.
Solo il 45% degli italiani ha dato il consenso al trattamento dei dati del proprio Fascicolo Sanitario Elettronico, l’Emilia-Romagna raggiunge il top col 92%, ma molte regioni del Sud stanno sostanzialmente al 3-4%, la Calabria addirittura al due“.

Ma la soluzione c’è: «Per affrontare queste sfide non basta aumentare le risorse: è necessario utilizzarle meglio, ridurre le diseguaglianze e rendere il sistema più attrattivo, moderno e capace di integrare l’innovazione. E naturalmente, la formazione».
«In Italia l’AI in sanità è già usata in diversi progetti pilota, ma non è ancora parte strutturale del sistema. Il limite principale non è tecnologico, ma di competenze, organizzazione e capacità di cambiamento delle aziende sanitarie.
Senza una regia chiara rischia di aumentare la complessità invece di semplificare. Il vero obiettivo è portare i progetti pilota dalla sperimentazione alla scala, integrandole nei processi clinici e amministrativi.
La tecnologia deve comunque restare uno strumento a supporto di medici e pazienti, non una loro sostituzione».

Un altro aspetto emerso nel convegno è l’importanza di una medicina che sia più vicine e, perché no, proattiva. In che direzione possiamo andare, ce lo fa intravedere il professor Giuseppe Andreoni, ordinario al Dipartimento di Design del Politecnico di Milano: «La medicina si sta evolvendo verso la cosiddetta medicina delle “5 P”: predittiva, preventiva, personalizzata, partecipatoria e psicosociale.
L’obiettivo è passare da un approccio reattivo (curare la malattia) a uno proattivo (prevenirla e anticiparla), considerando la salute come benessere complessivo della
persona.
Questo è possibile grazie alla medicina di precisione, che integra dati genetici, clinici e comportamentali per costruire profili personalizzati e modelli predittivi».




