22 Aprile 2026

Antonio il grande: l’obbedienza al Vangelo fondamento della sua ascesi

Nella ricorrenza di Sant’Antonio Abate, da tutti i fedeli amato come il Santo della spiritualità interiore e del contatto con il Trascendente, (oltre che protettore degli animali) ripercorriamo i tratti della sua vita e del suo pensiero


don Angelo Mancini


Velletri (Rm) – Riguardo al santo anacoreta Antonio, a noi conosciuto come sant’Antonio abate, le ricerche storiche indicano il villaggio di Koma presso Eraclea, luogo dove nel 251 nacque. Tra i 18 e i 20 anni rimase orfano. Avendo ascoltato il vangelo sentì di essere chiamato e dopo sei mesi dalla morte dei genitori si ritirò in solitudine, cercando di imitare un vecchio che viveva in modo eremitico. Aveva ereditato vasti possedimenti terrieri che donò. Intorno ai 35 anni sentì il bisogno di allontanarsi ulteriormente dal mondo circostante per essere più unito a Dio, si trasferì nei sepolcri, lontano dai villaggi.

Iniziatore e padre di queste ascesi è senz’altro Sant’Antonio, il quale volendo mettere in pratica il vangelo si liberò dei tanti averi e possedimenti nella zona di Qiman al Arûs tradizionalmente conosciuta come Terra del Monaco, ritirandosi nel deserto. La motivazione di questo “farsi indietro” “ritirarsi”, è la stessa che troviamo nei vangeli riguardo a Gesù che si ritirò nel deserto per essere tentato dal diavolo; per essere messo alla prova dal diavolo, e mettere alla prova le sue forze. Risultato vittorioso in questa prova la sua fama si allargò in tutta la regione egiziana. Sorsero quindi, qua e là tra le montagne e nel deserto, monasteri

Dal terzo secolo, e per tutto il quarto secolo quindi, l’ Egitto vide una vasta diffusione di anacoreti, di persone cioè che come indica il nome conducono una vita ascetica “in ritiro”, vivendo isolati nei luoghi deserti lontano dagli uomini.

Atanasio nella “Vita di Antonio” ricorda che “molti volevano imitare il suo ascetismo … monasteri sorsero sulle montagne ed il deserto fu popolato da monaci e, dopo la sua morte, si diffuse in tutta la cristianità“. Secondo sant’Atanasio fu il Cristo che gli rivelò: “Farò che tu venga ricordato dovunque

Del santo anacoreta, per quanto riconosciuto quale padre del monachesimo, non abbiamo molti scritti, gli viene attribuita una “regola” e delle “lettere” dalle quali non è possibile ricavare tutto il pensiero spirituale del santo.

Le lettere sono delle vere corrispondenze alla diverse comunità monastiche distante chilometri da lui, ma legate alla sua paternità. Gli studiosi amano distinguere una prima collezione di sette lettere ritenuta certamente autentiche e una seconda collezione di tredici lettere di cui non si hanno certezze dell’autenticità e si pensa siano state scritte da Ammonas un suo discepolo al quale Antonio affidò la paternità dei suoi figli spirituali dopo la sua morte. Esiste anche un biglietto inviato a Teodoro, il suo “figlio amato”, sulla conversione e la remissione dei peccati di quanti si pentono.

Sicuramente nelle sette lettere è concentrato il pensiero personale di sant’Antonio sulla vita monastica ma comunque tutte e venti presentano la sua corrente spirituale. Atanasio nella Vita di Antonio ci ricorda il fatto che sconvolse la sua vita intorno ai 18 anni,: entrato in chiesa una prima volta mentre si proclamava il vangelo sentì: “Se vuoi essere perfetto và, vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi, e avrai un tesoro in cielo (Mt19,21)“. Uscì e distribuì i suoi averi.

Entrato una seconda volta in chiesa ascoltò il vangelo che diceva: “Non preoccupatevi del domani” )Mt 6,34). Uscì si liberò di quanto gli era rimasto e diede inizio ad una vita ascetica. Dalla lettera n. 19 ne apprendiamo la conferma da allora cambiò la sua vita di Antonio, parla mentre sta per morire a 105 anni e così si esprime: “Io, misero, ringrazio il mio Dio e gli rendo gloria; lui che fin dall’infanzia servo con tutto il cuore e al quale do’ ascolto, poiché non mi ha mai lasciato, ma mi ha sempre sostenuto e salvato.

Da questo apprendiamo che la sua vita ascetica è consistita nell’applicare il comandamento divino. Convinto che ogni azione, pensiero, rinunce, digiuni e preghiere trovano una sola ragione d’essere nell’amore del Signore Gesù, per essere graditi al Padre suo con un’obbedienza e una fedeltà totali. Afferma quindi nella lettera n. 9: “Se l’uomo amasse Dio con tutto il cuore, tutta la mente, tutta la determinazione e tutta la forza acquisirebbe il timor di Dio: Il timore genera le lacrime, le lacrime generano la forza…. Procurate a voi stessi questa forza, affinché i demoni vi temano, le fatiche cui vi dedicate vi siano leggere e prendiate gusto alle cose divine, poiché la dolcezza dell’amore di Dio è più dolce del miele“.

La Vita di Antonio rileva che in lui obbedire al comandamento divino consiste nell’accoglierlo senza discuterlo, senza considerare la promessa che contiene e la promessa che se ne potrà ottenere, quindi unico scopo per l’uomo è di conformarsi alla volontà di Dio. Nella lettera 5 Antonio fa conoscere come esercita la sua ascesi: “Fin da ora non concedete sonno ai vostri occhi né torpore alle vostre palpebre (cf Sal 131), ma offrite voi stessi in sacrificio al Signore in tutta purezza, sì da divenire degni di vederlo; perché in mancanza di purezza, come dice l’Apostolo, nessuno può vedere il Signore” (cf Eb 12,14)“.

Viene alla luce il suo comportamento ascetico fatto di particolare coraggio di donazione della sua vita a Dio, superando timori e preoccupazioni circa la fatica, la malattia, la morte, la derisione degli uomini le incomprensioni dei suoi. Questa forza di volontà di adeguarsi al comandamento di Dio lo rende audace nell’abitare solitario tra le montagne, nei sepolcri, nella lotta impari con il demonio. Tutto questo sforzo gli procura un progresso spirituale che lo accompagnerà fino alla morte. Tutto il suo sforzo ascetico non era fatto per se stesso ma per Dio. Si considerava morto a sé stesso ma vivo per Dio. Non combatteva per raggiungere un grado superiore di santità ma lottava per mantenere puro il suo corpo, il suo cuore e il suo pensiero semplicemente per piacere a Dio.

Così si spiega, ci ricorda Atanasio, perché davanti alle contrarietà, alle pene, alle tribolazioni che gli vengono dalla natura, dagli uomini e dai demoni, non lo si trova mai perplesso, triste o in rivolta. La sua vita è proprietà di Dio e Dio è libero di farne quello che vuole.

Da questa sua posizione ricaviamo i due principi guida fondamentali della sua vita ascetica:

  • Obbedire integralmente al comandamento del Signore Gesù, senza avere un secondo scopo o movente.
  • Offrire tutta la propria vita a Dio e concentrare tutti i proprio sforzi ascetici nel custodirla pura per Dio.

I due principi sottolineano la necessità di evitare due tendenze che minano la vita ascetica:

  • Fare dell’ascesi il fine di se stessa
  • Fare dell’ascesi il mezzo per ottenere carismi più grandi o una ricompensa futura.

Nella prima tendenza si ha la perdita del valore di prova di amore per il Signore Gesù insita nel comandamento. La seconda impedisce alla vita ascetica di essere un’offerta gratuita d’amore e di fede. Nella lettera n°8 Antonio dichiara di aver ricevuto il fuoco dello Spirito e per ottenerlo consiglia ai suoi: “presentate prima le fatiche del corpo e l’umiltà del cuore… chiedete con cuore sincero ed esso vi sarà donato”.

Concludiamo con la certezza di Antonio che è lo Spirito santo a spingere l’uomo alla conversione e a sostenerlo in questo sforzo. E’ ancora lo Spirito santo che induce al pentimento della coscienza e a rammaricarsi del peccato. Ma anche a riempire il suo cuore di gioia e dilatare l’anima rendendola feconda e riconciliarla con ala beata speranza della vita futura.

Immagini nella galleria, localizzazioni diverse: David Teniers II, vari dipinti con “La tentazione di sant’Antonio abate”, XVII secolo

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