Caso Lavinia, l’avvocato della difesa chiede la messa alla prova per la maestra

Nuova udienza per il caso della piccola Lavinia Montebove: 11 settembre la difesa dovrà esibire il programma elaborato dall’UEPE


Velletri (Rm) – Il processo per il caso della piccola Lavinia Montebove, investita nel parcheggio dell’asilo “La Fattoria di Mamma Cocca” a Velletri nel 2018, è proseguito con l’udienza di lunedì 19 giugno.

Presenti in aula le due imputate, la maestra Francesca Rocca e l’investitrice Chiara Colonelli, accompagnate dall’avvocato della difesa Anna Scifoni, e i genitori di Lavinia, Massimo Montebove e Lara Liotta, con il loro legale Cristina Spagnolo.

Nella scorsa udienza il PM Giovanni Taglialatela aveva in parte modificato il doppio capo d’accusa della maestra Rocca: è rimasta l’accusa di abbandono di minore per tutti i bambini rimasti da soli all’asilo mentre le imputate portavano Lavinia in ospedale, mentre è cambiata l’accusa di abbandono di minore in relazione a Lavinia, divenuta ora accusa per lesioni gravissime.

Nell’udienza di lunedì 19 giugno l’avvocato Scifoni ha chiesto, per l’imputata Rocca, la messa alla prova, ovvero un periodo di lavori socialmente utili all’interno di determinate strutture che porterebbe, in caso di esito positivo, all’estinzione del reato. Sia il PM Taglialatela sia l’avvocato Cristina Spagnolo hanno chiesto un rinvio per poter esaminare la documentazione depositata dall’avvocato Scifoni e poter valutare l’istanza.

Il processo è stato così rinviato all’11 settembre, con una nuova udienza in cui il legale della difesa dovrà portare il programma elaborato dall’UEPE (ufficio per l’esecuzione penale esterna, ndr) per per la messa alla prova dell’imputata Rocca.

A margine dell’udienza abbiamo raccolto lo sfogo della mamma Lara che così si esprime: “La maestra che vuole andare a lavorare con i disabili mentali vantando esperienza nel volontariato, quando non ha mai chiesto scusa per la disabilità fisica causata a nostra figlia per sue omissioni, è come il suo avvocato che si comporta nei riguardi di quanto avvenuto a Lavinia e di noi genitori come si vede, senza un briciolo di empatia: dall’inizio del processo ad oggi Lavinia, e noi genitori, siamo stati trattati dalla maestra e dal suo legale in modo vergognoso e abbiamo subito umiliazioni di ogni sorta. Poi quello stesso legale chiede al giudice di spostare le udienze perché deve andare in pellegrinaggio… L’offerta di messa in prova appare funzionale solo a sottrarsi ad ogni responsabilità e a vedere estinto il reato, non certo per intraprendere un percorso rieducativo”

A conclusione, anche il papà Massimo Montebove dichiara: “Per la prima volta in cinque anni c’è stata una sorta di mezza ammissione di responsabilità perché la difesa dell’imputata ha chiesto la messa alla prova, istituto che prevede la sospensione del processo e la possibilità di lavorare nel sociale con un programma preciso che dovrà essere valutato e eventualmente accolto dal giudice a settembre, quando ripartirà il processo. Questo istituto nasce però perché si prevede una reale assunzione di responsabilità e la piena consapevolezza per ciò che si è fatto. Non basteranno eventuali sceneggiate che immaginiamo l’imputata potrà orchestrare assieme al suo legale. I fatti ad oggi dicono altro.

Dal 2018 la maestra non ha trovato un attimo per chiedere scusa e anzi quasi accusa nostra figlia che si sarebbe inopinatamente sottratta al suo controllo all’asilo, ha proposto 1 euro di risarcimento e a tuttoggi nega ulteriori ristori a Lavinia, ha fatto venire in aula una testimone amica che abbiamo denunciato per falsa testimonianza. Potrei dire mille altre cose, ma non aggiungo altro per decenza. La condotta di Francesca Rocca parla da sola. Considerando anche come è stata difesa finora, pertanto, non è difficile pensare che la richiesta di messa alla prova sia solo una strategia finalizzata a evitare la sentenza e a far estinguere il reato, come prevede l’Istituto della messa in prova.

L’unica cosa che non potrà mai estinguersi è il danno irreversibile provocato a mia figlia. Chiudo con una domanda retorica: ma se imputata e difensore sono così convinti che si sia trattato di una tragica fatalità, come continuano a ribadire, perché non puntare su una sentenza di assoluzione? Troppo facile utilizzare la messa in prova per tentare di sottrarsi alla giustizia”.

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