24 Aprile 2026

Cugino di Elvis Demce gambizzato: Velletri si divide tra prudenza e accuse

  • Sullo sfondo, la “mala albanese” dei Castelli Romani? Un regolamento o semplice avviso?
  • Amministrazione e movimenti politici danno una lettura contrastrante sull’accaduto

di Mario Dal Monte


Velletri 24 aprile 2026 – In via Padre Mariano Colagrossi, nella serata di martedì 21 aprile, un uomo di 40 anni, di origine albanese, è stato preso di mira alle spalle mentre si trovava nelle vicinanze della sua abitazione.

Almeno tre i colpi esplosi, con un proiettile che lo ha raggiunto all’arto inferiore. La vittima, identificata con le iniziali A.H., gestore di una sala scommesse in piazza Cairoli, è stato trasportato in codice rosso dal personale del 118 al Policlinico di Tor Vergata. Secondo le prime informazioni, non sarebbe in pericolo di vita.

Gli investigatori escludono fin da subito l’ipotesi di una rapina. La dinamica e le modalità dell’agguato portano piuttosto verso un’azione punitiva, un avvertimento in piena regola: una gambizzazione, secondo un copione noto negli ambienti della criminalità organizzata, utilizzata per intimidire o regolare conti senza arrivare all’eliminazione fisica.

A confermare questo scenario, il fatto che l’uomo aveva addosso l’incasso della giornata, che non è stato neanche toccato. I Carabinieri, coordinati dalla Procura di Velletri, seguirebbero piuttosto la pista dell’agguato maturato nel contesto di una faida tra gruppi criminali attivi tra Roma e i Castelli.

La vittima risulta essere il cugino di Elvis Demce, figura di spicco del narcotraffico nella Capitale e nella zona dei Castelli Romani, condannato lo scorso gennaio a 11 anni e 4 mesi di reclusione, delfino di Fabrizio Piscitelli e ristretto al 41 bis. Il quarantenne, tuttavia, risulta formalmente incensurato.

La gambizzazione del 21 aprile non è un fatto isolato. Emerge da un territorio che da anni è teatro di scontri tra organizzazioni criminali di matrice albanese, con Velletri come punto nevralgico.

Elvis Demce era uno dei principali luogotenenti della cosiddetta batteria di Ponte Milvio, il gruppo criminale che faceva capo a Fabrizio “DiabolikPiscitelli. Considerato un suo papabile successore nella gestione del narcotraffico a Roma nord, il boss di origine albanese si era preso lo spaccio nella zona dei Castelli Romani, con base proprio a Velletri.

Attualmente è in carcere dove sta scontando una condanna definitiva a 15 anni e 4 mesi per traffico di stupefacenti, al regime di 41 bis per aver continuato a dare ordini ai suoi nonostante la detenzione.

Quello del 41 bis è il primo caso di applicazione del regime di carcere duro a un esponente dei narcos albanesi operanti nella Capitale, un segnale forte sul fronte della repressione criminale.

Ma Demce non era l’unico boss in gioco. Dall’altra parte operava il gruppo rivale di Ermal Arapaj, detto “Ufo”, anch’esso con base operativa a Velletri. Le indagini fecero emergere come i due sodalizi si rifornissero di droga da connazionali albanesi nella zona di Porto San Elpidio e all’estero lungo le tratte olandese e colombiana.

Quando Demce finì in carcere, Arapaj aveva cercato di allargarsi occupando le piazze di spaccio non sue: un affronto che scatenò la faida.

La Cassazione ha poi condannato Demce a 15 anni e Arapaj a 10 anni e 2 mesi, in una sentenza definitiva che ha chiuso il cerchio su oltre cento anni complessivi di carcere per i 14 imputati del processo.

L’uomo vittima dell’agguato del 21 aprile non comparirebbe nelle carte relative alle vicende di Demce, ma non è la prima volta che familiari del narcos albanese vengono presi di mira nell’ambito delle faide. Nel luglio 2025 venne trovato un ordigno rudimentale vicino alla casa dove viveva la compagna di Demce.

La parentela del ferito con il boss lascerebbe quindi pensare che possa trattarsi di un avvertimento diretto anche a una rete che, nonostante arresti e condanne, continua a mantenere ramificazioni sul territorio: una dinamica già vista nel narcotraffico, dove la violenza selettiva serve a ristabilire gerarchie e a regolare vecchie ruggini.

La zona di Velletri e zone limitrofe è del resto teatro di violenze legate al narcotraffico da almeno due decenni. Solo in quest’area si contano quattro esecuzioni, alcune ancora senza un colpevole: nel 2009 venne ucciso Luca De Angelis davanti alla sua abitazione di Velletri; nel 2013 fu colpito mortalmente Di Meo; nel 2016 un albanese incensurato fu freddato con colpi alla testa dietro il palazzo del tribunale di Velletri; nel dicembre 2017 Cristian Di Lauro, legato al gruppo di Arapaj, fu trovato carbonizzato dentro la sua auto ad Artena.

Al momento, secondo gli investigatori, non esisterebbero collegamenti accertati tra la gambizzazione e la parentela con il narcos.

Dal primo sopralluogo, l’unico elemento rinvenuto è l’ogiva di un proiettile, finita sulla carrozzeria di una macchina parcheggiata. I militari considerano però poco plausibile anche l’ipotesi di una rapina finita male e nessuna pista è esclusa.

Sotto la lente ci sono eventuali legami indiretti della vittima con ambienti criminali attivi nel territorio dei Castelli Romani, e gli inquirenti stanno ricostruendo i movimenti dell’uomo cercando di delinearne relazioni e contatti.

All’indomani dell’agguato, il sindaco di Velletri, Ascanio Cascella, è intervenuto con parole improntate alla prudenza e alla responsabilità, volendo evitare toni allarmistici e ribadendo la necessità di affidarsi al lavoro degli inquirenti.

Le sue parole: “Dispiace sempre quando accadono fatti del genere. Le indagini proseguono senza sosta e confido nell’ottimo lavoro che svolge la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Velletri. Per quanto di nostra competenza, continueremo a investire sul tema della sicurezza per garantire la massima tutela ai cittadini.

La risposta istituzionale però non ha convinto tutti. Il giornale locale La Spunta ha sollevato con forza il tema del silenzio della classe politica locale, rilevando che nessuno, dalla politica e dalle associazioni, ha alzato la voce: due gambizzazioni in due mesi, inchieste giornalistiche che dipingono la città come un nodo delle attività di spaccio, un’assemblea pubblica di Libera a luglio scorso, eppure nessuno si è sentito in dovere di dire una sola parola a favore dei cittadini.

L’unica consigliera comunale che ha fatto un post al riguardo è stata Giulia Ciafrei di “Noi Domani”. La testata parla di “frasi di circostanza, nessuna azione concreta, nessuna richiesta di convocazione del Prefetto, nessuna iniziativa pubblica“.

Su posizioni più nette si colloca Alleanza Verdi Sinistra (AVS) Velletri. Il gruppo respinge con decisione ogni tentativo di ridimensionare quanto sta accadendo: “Non è accettabile descrivere come normale una realtà che normale non è”, sottolineando come Velletri sia ormai esposta a forme di criminalitàspecifiche e di estrema pericolosità“.

La proposta è concreta: inserire già nel prossimo Consiglio comunale un punto all’ordine del giorno dedicato all’emergenza sicurezza, con l’obiettivo di arrivare a una discussione aperta e a un voto unitario che possa tradursi in azioni efficaci sul territorio.

Il monito finale è diretto: “Velletri non può più essere raccontata in modo artificiosamente rassicurante e festoso.”


Le indagini dei Carabinieri della Compagnia di Velletri sono tuttora in corso. Nessuna pista è stata ufficialmente esclusa.

Tutto pronto per il 43° Congresso Nazionale dell’A.N.D.O.S. a Velletri

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