Presidio Palestina, ‘bisogna stare in silenzio quando i bambini dormono non quando muoiono’

Una piazza eterogenea, dove le kefiah, le sciarpe, i veli ed i cappucci si mescolavano insieme fra bandiere palestinesi megafoni e microfoni a riprova del fatto che quella palestinese è una causa che unisce tutt*

di Martina Angeloni


Velletri (Rm) – Domenica 10 dicembre diverse realtà dei Castelli Romani si sono unite in Piazza Cairoli a Velletri per sostenere il popolo palestinese.

Tante anche le singole persone avvicinatesi nel corso della manifestazione, arrivando a toccare i 100 partecipanti nelle tre ore di presidio. L’obiettivo era di informare le persone, di farle interessare a un argomento che è da sempre stato trattato con superficialità e in maniera distorta dai media. Numerosi sono stati gli interventi che hanno toccato aspetti diversi rispetto a quella che è la questione palestinese. Una domanda ha dato inizio al presidio: “Perché dobbiamo preoccuparci e mobilitarci per una guerra ed un popolo così lontani da noi?”.

Il primo intervento, infatti, si concentrava proprio su quello che è solitamente il pensiero comune, ovvero il fatto che “noi ci sentiamo al sicuro qui perché in Occidente i politici devono fare quello che chiede l’elettorato”. Ma è davvero così? “Per quanto riguarda la guerra in Palestina e gli attacchi messi in atto da Israele dal 7 ottobre di quest’anno, solo un quarto degli italiani giustifica le azioni del governo israeliano. Eppure, il nostro governo e i governi europei appoggiano e sostengono le azioni di Israele. Che faremo noi se i nostri governanti continueranno a fare guerre intorno a noi? Davvero tutte queste guerre resteranno lontane dalle nostre case? Loro oggi subiscono una guerra di occupazione, noi siamo al sicuro da questo ma non per volontà nostra. È una fortuna, che va mantenuta, contrastando come possiamo chi le guerre le vuole, le usa, ci guadagna e ci si arricchisce”. Questa la conclusione del primo intervento, che ha subito messo al centro quella che è la richiesta delle persone unitesi in piazza e delle altre milioni di persone che da settimane sfilano nelle città di tutta Europa per la Palestina; la richiesta è chiara: lo stop all’invio di armi e la fine del conflitto, perché lì in Palestina donne e uomini stanno morendo, perché lì ci sono bambini e bambine privati della loro vita, che ricorderanno la loro infanzia come una guerra, che fino ad oggi hanno visto solo macerie, morte e bombe.

Perché la guerra fa gli interessi di pochi a dispetto dei civili che intanto muoiono. “Siamo in piazza perché i valori di sorellanza e fraternità, di libertà, di autodeterminazione dei popoli e di resistenza ce lo chiedono. Siamo in piazza per denunciare da una parte il silenzio difronte alla cancellazione di un popolo e dall’altra la narrazione di comodo che fa risalire tutto al 7 ottobre. Ma il popolo palestinese è oppresso da 75 anni. 75 anni di crimini contro l’umanità e di risoluzioni non applicate. Siamo in piazza per dire che il nostro governo e l’Europa, appoggiando il governo di Israele, non ci rappresentano, per dire che non ci rappresenta l’opposizione ipocrita che strumentalizza ferite dolorose della nostra storia, come stanno facendo ad oggi, confondendo il sostegno alla Palestina con l’antisemitismo, per mascherare la propria subalternità ad un alleato economico potente come Israele. Siamo in piazza per chiedere l’immediato cessate il fuoco, ma per dire anche che non basta solo questo, perché Israele potrebbe ricominciare a bombardare da un giorno all’altro. Non può esserci libertà senza la fine dell’occupazione, senza integrità territoriale, senza confini per Israele, senza lo smantellamento degli insediamenti illegali”.

Se dovessi morire, tu devi vivere per raccontare la mia storia, per vendere le mie cose, per comprare un pezzo di stoffa e qualche stringa. Prendilo bianco con una lunga coda, così che un bambino da qualche parte a Gaza, guardando il cielo negli occhi, in attesa di suo padre che se ne andò in una fiamma e non diede l’addio a nessuno, nemmeno alla sua stessa carne, nemmeno a sé stesso, veda l’aquilone, il mio aquilone che tu hai fatto volare la sopra e pensi per un momento che un angelo sia lì a riportare amore. Se dovessi morire fa che porti speranza, fa che sia una storia”, questa è una poesia di Rafat Al Araeer, scrittore e docente di lettere, assassinato a Gaza.

Non lasciamo che questo genocidio continui davanti ai nostri occhi, denunciamo, partecipiamo, indigniamoci”. Così si è concluso un altro degli interventi.

Ed è proprio questo quello che chiedono le realtà che si sono unite in piazza a Velletri il 10 dicembre, di informarsi, di porsi domande, di non restare disinteressanti difronte a ciò che sta accadendo perché non è così lontano da noi come crediamo.

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