Velletri, 9 gennaio 946: 1078 anni fa nasceva la Velletri Medievale

L’origine dell’antica Velitrae si perde nella notte dei tempi.

Non così però quella della Velletri medievale che vide la luce il 9 di gennaio dell’anno 946

a cura di Centro Studi Antonio Mancinelli (Santiago Lazzaro)


Velletri (Rm) – Come si arrivò a quella data? Alla fine del IX secolo, quando Roma contava ormai non più di 30.000 abitanti, un ristretto numero di famiglie nobili si erano insediate a capo della politica romana i cui membri, nelle fonti coeve, troviamo qualificati come nobiles viri, duces, consules, secondo una reinterpretazione della tradizione bizantina.

Causa ed effetto di quella nuova situazione fu l’ascesa politica di Teofilatto, che riuscì a garantire una grande stabilità di governo.

Nel 915, all’apice della sua potenza, negoziò per conto di papa Giovanni X, probabilmente in qualità di Senator Romanorum, l’alleanza con i principi dell’Italia meridionale che portò alla vittoriosa azione contro i saraceni nella battaglia del Garigliano. Teofilatto al momento della sua morte era riuscito a trasformare il governo su Roma e a garantire alla sua famiglia una sorta di principato dinastico.

Il ruolo decisivo di questo processo fu giocato dal Princeps Alberico, nipote di Teofilatto e figlio di Marozia, la quale alla morte del padre aveva preso saldamente in mano, anche grazie a convenienti matrimoni, il potere politico romano tanto da ricevere l’appellativo di Senatrix e Patricia.

I membri della corte di Alberico parteciparono attivamente a questo processo.

Tra essi si distinse Demetrio di Melioso, il quale nel 946 ricevette dal Vescovo Veliterno Leone l’incarico di aggregare la popolazione di Velletri attorno al castello che avrebbe dovuto appositamente costruire.

Liutprando, nell’opera commissionatagli dall’imperatore Ottone I per giustificare la deposizione nel 963 di papa Giovanni XII, definì Demetrio l’illustrior degli optimates romani.

Il 9 gennaio del 946 a Roma Leone e Demetrio firmarono dunque un contratto con il quale il vescovo concesse in enfiteusi a terza generazione un monte ad castellum faciendum con il fine di aggregare la popolazione intorno ad esso, coltivare terreni con viti ed alberi da frutto in tutti i fondi e casali, che venivano dettagliatamente menzionati, e favorire l’allevamento del bestiame, ad eccezione di una insula intorno alla chiesa di S. Clemente, circoscrivibile grosso modo a sud della chiesa stessa fino alla zona di Acquavivola.

Il contratto di enfiteusi tra il vescovo Leone e il Consul et Dux venne evidentemente concluso e Demetrio costruì il Castello sulla sommità del colle, un luogo ancora oggi conosciuto con questo toponimo e che tre secoli dopo avrebbe fornito il nome ad una delle decarcie cittadine. L’esistenza del castello è peraltro confermata, oltre ogni ragionevole dubbio, in un atto del 1042 relativo alla vendita di un terreno sito nel territorio veliterno nel fondo Bussetulu da parte di Boniza, Sasso e Costanza ‘avitatoris Velliternensis kastello. L’incastellamento, finalizzato a ‘congregare popolum’ e ‘amasare homines’, mirò in quel periodo a garantire un mezzo consono all’esercizio di questo potere.

Ai confini settentrionali della provincia di Marittima, soprattutto le vicende di Tusculum – dove le indagini archeologiche hanno finora escluso le fasi sia tardo-antiche che altomedievali – e quelle di Velletri sembrerebbero essere assimilabili ad una espressione di popolamento attraverso un incastellamento “riuscito” su siti antichi, connotato da uno sviluppo decisamente urbano. Una progressiva condizione che per le due civitates è supportata anche dai dati archeologici, in maniera marcata ed evidente per quella tuscolana.

Che il sito veliterno fosse stato progressivamente abbandonato a partire dall’età imperiale sembrerebbe altresì confermato dalle indagini di scavo, registrate nella Carta archeologica redatta da Lilli, che ne testimoniano una frequentazione solamente fino alla tarda età repubblicana. Velletri, così come molti altri centri della provincia, aveva oramai perso la sua struttura cittadina. D’altra parte il suo stesso vescovo Gauderico, autore della raccolta di testi sulla vita di San Clemente, nel IX secolo aveva situato la chiesa di S. Clemente in oppido Veliterno. È vero che gli uomini del Medioevo legavano la città alla presenza del vescovo – cosa che attribuirebbe a Velletri un indiscutibile status cittadino –, ma è altrettanto vero che si trattava di uomini che vivevano ormai in un contesto dove le istituzioni comunali erano ben salde e affermate.

Per di più nell’altomedioevo ritroviamo sedi episcopali come Silva Candida, tanto per citarne una, che possono essere definite delle vere e proprie “cattedrali nel deserto”. Anche la diocesi di Tres Tabernae, documentata come tale fino al IX secolo, non poteva certamente evidenziare una condizione di città. Che Velletri non sia percepita come civitas traspare soprattutto dalla documentazione coeva.

Il documento del 1037, conservato presso l’archivio capitolare, mostra come le due regioni, chiesa di San Clemente e Castello, fossero considerate zone ben distinte, sia da un punto di vista geografico che politico. Parliamo di un contratto di enfiteusi a terza generazione concluso tra il prete Domenico e il monastero di S. Benedetto di Velletri, quest’ultimo proprietario di un pezzo di vigna con vasca iuris cui existunt, che è detto sito in territorio veliternensis in loco qui vocatur piscopio, una località che documenti successivi localizzano nella decarcia di Collicello, cioè in un’area posta tra la cattedrale e l’odierno palazzo comunale.

Se diamo per accertato che Velletri abbia mantenuto nel tempo la condizione di città, susciterebbe non poca meraviglia il fatto che questa zona, benché topograficamente inserita all’interno di confine “cittadini” non venisse percepita come appartenente alla città.

Demetrio di Melioso contribuì direttamente allo sviluppo urbano, sociale e politico di Velletri per circa quarant’anni fino al 987 anno della sua morte. Gli successe il figlio Giovanni, il quale continuò l’opera paterna almeno fino al 1026 quando è citato in un atto per aver dato il suo consenso – iubente et consentiente dominus Iohannes dux – alla donazione di un terreno alla chiesa di Santa Lucia in Velletri nel giorno della sua consacrazione. Giovanni di Demetrio morì poco dopo senza lasciare eredi. Il castello e il territorio, come previsto dal contratto enfiteutico, sarebbero dovuti tornare in possesso del vescovo, ma i Tuscolani che nel frattempo si erano imposti a Roma riuscendo a conquistare il controllo del soglio pontificio, cercarono di impadronirsi anche di Velletri. Un potere che mantennero fino al sesto decennio di quel secolo dopo che nel 1058 erano riusciti a far eleggere papa Giovanni detto Mincio, vescovo di Velletri, con il nome di Benedetto X, che salì al soglio pontificio grazie alla sortita dell’esercito capitanato da Gregorio fratello del papa Benedetto IX.

Le successive vicende, sviluppatesi nell’ambito della cosiddetta lotta per le investiture, portarono Velletri in seno alla parte di Gregorio VII e ad acquisire lo status di città acquisendo nei successivi secoli sempre più prestigio e importanza.

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